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Aspetti psicologici dell’alimentazione

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Pubblicato da in Psicologia - Pubblicazioni ·


Attraverso quest’articolo viene messa in evidenza la relazione tra cibo e psicologia sottolineando come il cibo assume valenze che vanno ben oltre il nutrimento.



[…] quando i bambini si avvicinarono, videro che la casetta era fatta tutta di pane ed il tetto era fatto di torta, e le finestre di zucchero trasparente. "Ora potremo fare un ottimo pasto" disse Hänsel, "io mangio un pezzo di tetto, tu, Gretel, assaggia la finestra. Dovrebbe essere dolce".
Hansel e Gretel, F.lli Grimm

[…] del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete».
Genesi 3, 1-7

La centralità del cibo nella vita dell’uomo si può far risalire alla storia di Adamo ed Eva e alle conseguenze di involuzione legate al fatidico episodio della mela. Riflettendo sul significato del cibo è possibile considerare che esso non è più semplicemente legato al nutrimento ma assume un ruolo aggregante, sociale e culturale e alimentarsi  non rappresenta esclusivamente un comportamento di consumo, ma rientra in una fascia di comportamenti che riguarda fattori biologici, psicologici, sociali. Nessuno di noi, infatti,  mangia solo sostanze inerti, ma anche simboli, tradizioni, abitudini, associati agli alimenti e fortemente radicati nelle relazioni sociali e collettive, ma anche, spesso, in quelle che intratteniamo all’interno della famiglia. Sulla base delle proprie tradizioni, del proprio stile di vita, delle abitudini, verranno fatte delle scelte alimentari piuttosto che altre, andando a costruire determinati atteggiamenti verso il gusto o enfatizzando o riducendo comportamenti legati al benessere.

Il cibo è fin dalla nascita uno dei principali mediatori nella nostra relazione con il mondo: alimentarsi vuol dire incontrare la mamma, il caregiver, che si prende cura del bambino conservando quindi, un significato relazionale. Il processo alimentare è al centro della vita emotiva del bambino che sperimenta le emozioni più importanti, la rabbia, la paura, la soddisfazione. La bocca diventa perciò, luogo di conoscenza, esperienza, comunicazione.
Intorno ai tre anni, nell’ingresso del bambino a scuola, gli verranno presentati nuovi modelli alimentari. Un’altra rivoluzione alimentare avviene nel periodo adolescenziale, quando le scelte legate al cibo rifletteranno lo spirito di autonomia e indipendenza che li spingerà a seguire il gruppo dei coetanei piuttosto che la famiglia e dove il cibo diventerà mezzo di incontro e di piacere da consumare con gli amici nei fast food, a tutte le ore. Inoltre, le abitudini alimentari sono anche veicolo di comunicazione all’interno del gruppo familiare. Pensiamo, ad esempio, a frasi come “Se non mangi non esci” o “Se non mangi mamma piange”.
I fattori che incidono sulle scelte sono diversi: la scelta iniziale è spesso percettiva, basata sul colore, la forma, l’altra è maggiormente legata alle abitudini e quindi al modo di cucinare un cibo, alla marca, al costo. Anche la differenza di genere incide sulla scelta dei cibi influenzata dagli stili di vita diversi e dai sentimenti associati alla nutrizione. Non è da sottovalutare nemmeno il ruolo della pubblicità e l’influenza che ha nel dirigere una scelta alimentare, creando spesso falsi bisogni e false credenze come mangiare in un certo modo, consumare solo determinati cibi può rendere perfetti, sani e felici. L’alfabeto culinario di oggi è abbastanza semplicistico e impoverito. Siamo infatti, abituati a consumare un cibo senza storia e senza geografia, senza luoghi e tempi (se non quello della data di scadenza); un cibo che esce dai sacchetti, dalle scatole, dalle confezioni, già pronto, con i polli senza penne e piume e con le zampe intrecciate, in una vaschetta avvolta da pellicola.
Il mangiare a tavola, ad esempio, tipico delle famiglie di un tempo, diventa un fattore di socializzazione (il termine compagnia deriva da dividere il pane). Nelle famiglie contemporanee, invece, dove i genitori sono sempre più assenti per lavoro, si va diffondendo un modo di mangiare individualista, dove ognuno pensa per sé. La stessa concezione del “menu alla carta” ha portato le persone a non condividere più il medesimo cibo, ma a prendere cibi diversi allontanando il cum panis, la compagnia.
Il piacere rappresenta da sempre il rinforzo positivo che ci spinge a ricercare cibo. Eppure oggi, proprio nei paesi dove il cibo è più abbondante si genera una sorta di tensione tra piacere e prudenza dettato dal considerare i rischi per la salute e sospendendo perciò il piacere legato al mangiare.

Il piacere rappresenta da sempre il rinforzo positivo che ci spinge a ricercare cibo. Eppure oggi, proprio nei paesi dove il cibo è più abbondante si genera una sorta di tensione tra piacere e prudenza dettato dal considerare i rischi per la salute e sospendendo perciò il piacere legato al mangiare.
Il rapporto tra cibo e emozioni nasce fin dalle prime fasi di vita ed è un aspetto che accompagna l’essere umano per tutta la vita. Ad esempio, si parla di “fame emotiva” quando determinate emozioni non permettono di mantenere un controllo del comportamento alimentare sia rispetto alla qualità che alla quantità del cibo, suscitando la voglia di assumere un cibo specifico o il desiderio dell’atto di alimentarsi in sé. Ed è vero anche il contrario e cioè che l’assunzione di determinati cibi può influenzare lo stato emotivo. Il cibo può diventare una sostanza da cui dipendere psicologicamente quando diventa una valvola di sfogo, un rifugio. Spesso non è gustato ma ingurgitato per riempire dei vuoti e quindi può dare luogo a vere e proprie psicopatologie.

Il ruolo del cibo è fin dall’antichità fondamentale nella nostra vita. Ad esempio, pensiamo che se in passato o ancora oggi in alcune religioni, il digiuno veniva utilizzato per raggiungere una meta spirituale, attualmente costituisce il mezzo diretto per conquistare una meta sociale, farsi accettare da un gruppo e rispondere ad un modello di bellezza corporea approvato e condiviso, adeguandosi ad uno stile di vita che promette successi ineguagliabili. Mangiare è un processo psicologico influenzato da norme esplicite e implicite fornite dal contesto sociale in cui viviamo e dai nostri atteggiamenti nei confronti del cibo. La volontà di esporci a una dieta alimentare, non basta affinché la dieta vada a buon fine. Non a caso, si parla anche di dieta dell’inconscio. Gli aspetti psicologici, emozionali sono alla base delle nostre scelte alimentari.


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